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Solo l’amore ci salverà

Fino a tempi recenti, il capitalismo è stato associato alla democrazia.

La novità odierna è che si può avere capitalismo senza democrazia e, più in generale, prescindendo dai cosiddetti valori occidentali. In particolare, il capitalismo “globale” non ha bisogno di fare leva sull’utilitarismo e sull’individualismo libertario per affermarsi. In India, per esempio, si antepongono i legami comunitari al successo personale e si alimenta l’identità nazionale per ostacolare l’invasione dei valori occidentali, pur essendo vero che questo paese ha da tempo imboccato la via della modernizzazione capitalistica. Si pensi ai “valori asiatici” propugnati da Lee Kuan Yew, il padre della Città-stato di Singapore. Si consideri anche che in India il contratto di lavoro esiste, ma il lavoratore riceve il salario dal suo intermediario castale allo scopo di assicurare che vengano rispettate le differenze di status tra le caste. In Cina l’autorità può imprigionare chi gioca in Borsa allo scoperto. E così via.
È dunque errato pensare che la persistenza delle tradizioni premoderne rappresenti una forma di resistenza al capitalismo globale. Al contrario, la fedeltà a queste tradizioni è ciò che permette a paesi come la Cina, Singapore, India e altri ancora di percorrere la strada del processo capitalistico in modo persino più radicale che nei paesi dell’Occidente avanzato. È assai più agevole fare riferimento a valori tradizionali per legittimare sacrifici e imposizioni di natura antidemocratica ai propri cittadini.

 Una storia infinita

Nel 1992, a ridosso della caduta del muro di Berlino, F. Fukuyama pubblicò il fortunato libro La fine della storia. È nota la tesi: il liberalismo e il capitalismo occidentali avevano finalmente vinto la propria battaglia contro i totalitarismi e i tradizionalismi vari. La superiorità intellettuale dell’Occidente era schiacciante e prima o poi tutto il mondo si sarebbe adeguato.
Ma la storia riserva sempre sorprese. Sta accadendo infatti che la “nostra” democrazia liberale va cedendo spazio al populismo. Per l’ideologia populista il leader è colui che riesce ad incarnare lo spirito del popolo. Per questo, il populismo respinge la democrazia rappresentativa a favore della democrazia diretta. Si badi che anche le varianti democratiche del populismo non hanno mai avuto successo e si sono ben presto trasformate in regimi autoritari. Si pensi al caso recente della Turchia, dove si stanno rivalutando i valori delle comunità chiuse, isolate e rette da un uomo forte o anche ai casi della Polonia, Ungheria, Russia, dove un autoritarismo morbido si combina con il nazionalismo.
Come ciò è potuto accadere? L’ordine sociale del capitalismo dell’Occidente è oggi privo di una direzione perché ha eroso il suo fondamento. La società industriale ha avuto una sua base territoriale nazionale; non così la società post-industriale nella quale il mercato è assai più largo della sovranità e il bisogno di sicurezza domina il bisogno di libertà. Dopo aver tollerato, anzi favorito, nei decenni passati la prevalenza dell’economico sul politico, del mercato sulla democrazia, il nostro mondo è oggi alla ricerca di un senso.

 Il disimpegno morale

Una causa di quanto sta avvenendo è l’affermazione del disimpegno morale (moral disengagement). Si è riflettuto a lungo su come le persone giungono a comportarsi moralmente, ma ci si è “dimenticati” di spiegare come può accadere che persone riescano a comportarsi in modo “disumano” e conservare l’autostima e sentirsi a posto con la propria coscienza. Si pensi all’imponente movimento di idee della business ethics, foraggiato da generosi ma non disinteressati finanziatori, secondo cui “good business is good ethics”.
Sono ormai noti i tanti meccanismi grazie a quali gli agenti riescono a “bypassare” la responsabilità dell’agente: mi autoconvinco che la mia vittima è un essere subumano o inferiore per annullare il rimorso morale di averla trattata in modo indegno. È il disimpegno morale ad avallare e nutrire il relativismo morale, oggi dilagante.
Cosa troviamo all’origine di tale grave lacuna? Un vero e proprio deficit culturale. I testi di etica insistono sempre e solo sulla responsabilità morale diretta e indiretta del soggetto. E dire che già negli anni ’60, Paolo VI aveva parlato di strutture di peccato. Questo è oggi il problema: posto che la responsabilità degli agenti è proporzionale alla loro libertà, si tratta di capire di quale libertà godono gli stessi rispetto alle strutture di mercato per evitare i danni che le loro azioni provocano ad altri.
Fenomeni come la disoccupazione, la povertà, le diseguaglianze, le nuove schiavitù, la questione ecologica sono fenomeni che i soggetti riproducono senza che essi possano essere imputati di averne una responsabilità morale diretta o indiretta, perché si tratta di effetti che non dipendono dalle loro intenzioni o volontà individuali. Ma è veramente così? Quando riteniamo qualcuno moralmente responsabile di una conseguenza negativa, dobbiamo o non dobbiamo considerare vero che quella persona avrebbe potuto agire conformemente a quanto richiesto dalla moralità?

 Diamo il tempo all’anima

La più recente Dottrina Sociale della Chiesa cerca di fornire una risposta all’altezza delle sfide in atto. Suonano allora profetiche a tale riguardo le parole che Lewis Munford scrisse decenni fa: «Ora che il potere è andato oltre se stesso, l’amore offre l’unica alternativa che ci condurrà alla vita: il discorso della montagna è così diventato il nuovo Everest che sfida lo spirito dell’uomo moderno. Nulla all’infuori di questa ascensione rimane come alternativa alle forze distruttive e disumane che minacciano la nostra civiltà» (L. Munford, In the name of sanity, 1954; ed. it di Comunità, 1959). Senza l’armonia tra scambio e reciprocità mai si supererà la concezione economicistica della democrazia, secondo cui il cittadino è proprietario-produttore-consumatore (e talvolta persino merce).  Grazie al suo umanesimo, la democrazia si presenta come un valore universale, ma in realtà è sempre in pericolo: per i suoi nemici esterni è l’espressione ipocrita della potenza dell’Occidente, mentre al suo interno l’individualismo possessivo la può rendere una scatola vuota.
Un bel racconto di Bruce Chatwin (In Patagonia, 1982) ci indica la via per raccogliere (e possibilmente vincere) la sfida indicata. Uno schiavista (bianco) riesce a convincere i suoi schiavi (neri) ad accelerare, in cambio di ricompensa, l’andatura per il trasporto di un certo carico di merce. In prossimità della meta, gli schiavi si fermano, rifiutandosi di riprendere il cammino. Richiesti della spiegazione del loro incomprensibile comportamento, questi rispondono: «Perché vogliamo dare tempo alle nostre anime di raggiungerci». È proprio così: nelle fasi di crisi profonda c’è bisogno di sostare un po’ per consentire al pensiero pensante di raggiungere (almeno) il pensiero calcolante.

di Stefano Zamagni
economista, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali

Fonte: messaggerocappuccino.it