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I mostaccioli di frate Francesco/Introduzione

Da domani inizia la novena in preparazione alla Solennità del Natale di Nostro Signore Gesù Cristo. Ci prepareremo insieme meditando sulle riflessioni di Andrea Maniglia che nel novembre del 2017 ha pubblicato con la Tau editrice un piccolo libretto dal titolo "I mostaccioli di Frate Francesco". Si tratta di nove meditazioni sull'Incarnazione dal sapore Francescano. Auguriamo a tutti buon cammino verso la grotta di Betlemme. 

Rimanete connessi con noi e troverete la meditazione per ogni giorno della novena. 

 

Il Natale ormai è alle porte. Ed io ripenso a Francesco e a quegli ultimi momenti della sua esistenza: gli occhi chiusi a causa del tracoma che lo aveva afflitto per diversi anni e che lo aveva reso quasi cieco, mani e piedi piagati e bendati, il corpo denutrito, quasi scavato dalla penitenza, dai viaggi...e poi ripenso a quelle sue ultime parole: Farte Jacopa de' Settesoli porta con te un panno di cilicio in cui tu possa avvolgere il mio corpo e la cera per la sepoltura. Ti prego anche di portarmi quei tuoi dolci che eri solita darmi quando mi trovavo ammalato a Roma.

Prima di morire Francesco domanda alcuni dolci, dei mostaccioli. Stupisce il fatto che un uomo penitente, come Francesco, il quale aveva rinunciato al mondo e ai suoi piaceri, prima di morire desideri mangiare ancora quei dolcetti di cui godeva quando era ospitato presso la casa di quella nobildonna. Tutto ci si aspetterebbe da Lui meno che una richiesta del genere! Ed è interessante che i suoi biografi non l'abbiano (mai) omessa. Questa richiesta ci aiuta a comprendere che Francesco è stato concretamente un eroe capace di dominare pienamente ogni richiesta del corpo. Francesco, sebbene morente, è capace di gesti di riconciliazione; Francesco morente compie l'ultima esperienza di riconciliazione: quella della sua anima col corpo. Francesco morente si riconcilia con se stesso nel fondo più intimo del proprio essere. Non ci può essere vera esperienza di fede senza un'autentica riconciliazione: con noi stessi, con la nostra vita, con le nostre ferite, con la Chiesa, col mondo, con i nostri cari...con Dio! Riconciliarsi con se stessi, con la propria umanità, significa dire di sì alle ferite e alle offese che abbiamo ricevuto nel corso della nostra vita. Tanti, rimangono per tutta la vita dei ''querelanti'': accusano tutti, dai genitori agli amici più vicini! Preferiscono soffrire invece di rappacificarsi con la storia della propria vita. Se non accogliamo noi stessi non potremo accogliere Dio! Ci vuole, in questo, un amore umile per il proprio corpo proprio come quello di Francesco che non ha paura, ne vergogna, di chiedere dei mostaccioli. Una vera riconciliazione non avviene mai una volta per sempre: essa è un processo che dura per tutta la vita! Fino alla fine. Dobbiamo avere il coraggio di scontrarci con la Croce di Gesù che è per noi la più efficace comunicazione del perdono di Dio. La Croce rafforza la mia fiducia nell’Amore perdonante di Dio. Sotto la Croce una vita lacerata diventa risanata e integra! È questa la più grande misericordia! Abbiamo paura di lasciarci toccare dalla Misericordia di Gesù! Lasciarlo passare per le strade dolorose, aride e sterili della nostra esistenza. E’ finito il tempo in cui ciò che non si vuole ammettere in se stessi deve essere rimosso o represso: alcune forme di spiritualità hanno fatto ammalare, davvero tanti! Spesso si corre il pericolo di lasciar da parte la nostra realtà ed umanità. 

Vogliamo fare i conti con noi stessi? Bene, è necessario far scorrere la fede nella nostra vita. Solo facendo così possiamo avere vittoria sui nostri peccati, sui nostri limiti, e conoscere la gioia della nostra salvezza e di saperci amati di un amore che è sia paterno, sia materno!

Questo Dio bambino non ha paura di guardare in faccia gli straccioni, i falliti, gli inermi e gli infermi, le vittime di qualsiasi prova di questa vita turbolenta. 

E in un mondo governato dalla logica del ''do ut des'', in cui è facile perdersi in calcoli inutili; in un mondo che fa scambi con amici, questo Dio sceglie di combattere per chi gli è accanto, per l'uomo che non può più rialzarsi, per il povero; combatte perché gli altri possano avere la sua stessa opportunità, combatte affinché tra la vita e la morte si ritrovi, ogni giorno, un posto per la speranza! 

Francesco aveva capito bene che il cristianesimo non è la religione della salvezza dalla storia, ma della salvezza della storia! 

In esso non può esserci nessun spiritualismo disincarnato - siamo i discepoli di un Dio che nell'alto Medio Evo amavano designare come «Dominus humanissimus». Proprio questo Dio profondamente umano non esita ad identificarsi con tutti i crocefissi della storia; ad ogni discepolo schiacciato sotto il peso della Croce, del dolore o più semplicemente spaventato di fronte alle esigenze della sequela Egli mostra esempi di riconciliazione - uomini riconciliati con la loro umanità ferita. Uomini riconciliati, che si sforzano di uscire da sé e di entrare dell'impenetrabile - che nel dolore - come sotto una perenne Croce trasformano una storia sterile in una esistenza feconda.

In una società ammalata di «dipendenza da notifica» e costantemente alla ricerca spasmodica di nuovi follower, credo sia importante fermarsi per capire che la nostra esistenza si muove dentro la storia, troppo spesso, purtroppo, dentro lacrime e dolore: essa non è un'evasione dal mondo e dalla realtà! È dentro questa storia - reale, impregnata di sangue - che, nella fatica di ogni giorno, si realizza la nostra umanità! Queste pagine, questi giorni, spero ci aiuteranno a lasciarci per un attimo sorprendere da quest'amore senza misura, dal suo esserci prossimo, nostro fratello: resteremo con lo stupore sul volto e nel cuore, con il fiato trattenuto dalla meraviglia pensando che Dio, proprio Lui, cammina con noi e ci chiede di assomigliarli un pochino. In Lui, e solo «nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» perché questa Parola fatta carne «manifesta pienamente l’uomo all’uomo e gli svela la sua altissima vocazione» (Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes,22). Sostanzialmente, poi, è questa «la grande e meravigliosa ricchezza del Mistero dell'Incarnazione». 

Ed è per questo che «per riprendere la società umana in decomposizione, così come per una casa che crolla, bisogna scendere fino alle fondamenta, proprio in basso e solo dopo si potrà ricostruire a poco a poco l'edificio» (J. Vanier, Lettera della tenerezza di Dio), ripartendo dalla nostra umanità! Un’umanità da condividere, come la fede; la nostra fede cristiana. Del resto la fede paradossalmente è proprio una povertà da condividere, un silenzio da ascoltare insieme. Con umiltà! 

L'autore