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I mostaccioli di frate Francesco/VII giorno

Novena di Natale ... VII giorno

 

In tutti questi anni siamo stati abituati ad un’immagine di Francesco non veritiera. Troppo angelico. Troppo disincarnato. Francesco è, invece, un uomo che ha fatto - come tutti - i conti con la propria umanità e le proprie debolezze, lottando spesso contro gli istinti naturali più bassi. C’è un episodio esemplare, a tal proposito, che accadde nel santo eremo di Sarteano, dove una volta, il poverello, fu tentato nella carne; allora si spogliò e si flagellò aspramente con un pezzo di corda, gridando al suo corpo: «Orsù, frate asino, così tu devi sottostare, così subire il flagello». Ma poiché vedeva che la tentazione non se ne andava, nonostante fosse ormai pieno di lividi, «aprì la celletta e, uscito nell’orto, si immerse nudo nella neve alta. Prendendo poi la neve a piene mani la stringe e ne fa sette mucchi a forma di manichini, si colloca poi dinanzi ad essi e comincia a parlare così al corpo: “Ecco, questa più grande è tua moglie; questi quattro, due sono i figli e due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al servizio. Fa’ presto, occorre vestirli tutti, perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente al Signore”. All’istante il diavolo confuso si allontanò, ed il Santo ritornò nella sua cella, glorificando Dio» (2Cel 116-117: FF 703). 

Francesco fu un uomo fino in fondo; uno con i piedi per terra. Incarnato.

A persone immature, desiderose di vivere un’eterna fanciullezza libere dalle responsabilità e dagli impegni, la tentazione appare sempre e solo sotto il suo lato più bello e seducente, privo di rischi: una zona franca in cui tutto è permesso, senza alcuna conseguenza. Soltanto quando si smette di fantasticare e ci si decide a crescere superando ogni sindrome di Peter Pan, come ha fatto Frate Francesco, ci si rende conto che c’è una fatica del vivere, dalla quale non ci si può esimere: ogni situazione, anche quella in apparenza facile, ha le sue difficoltà e i suoi rischi, che non possiamo e non dobbiamo nasconderci. Solo se riusciremo ad affrontare le difficoltà e a vivere bene la vocazione alla quale Dio ci ha chiamati, saremo realmente felici. 

A Dio basta uno, uno solo di noi, e per di più sbandato; uno solo basta per farLo mettere in cammino; uno solo che si perde basta a smuovere le sue «viscere» materne perché ognuno di noi vale il suo sacrificio, il suo sangue. 

Amo questo Dio quasi possessivo; questo Dio "geloso" che non vuole rassegnarsi a perdere; questo Dio a cui il "deserto" non fa paura. 

Un Dio diverso dagli altri, uno che ha compassione - che poi è il coraggio di venirci a cercare ogni qual volta ci perdiamo.

#Stayhuman

 

 

Per meditare:

«Gesù abbandonato l'abbiamo amato specialmente nei peccatori. Egli è il piano inclinato per tutti gli uomini, anche i più miserevoli. Si pensava: essendo stato abbandonato da tutti, ognuno al mondo può dire: è mio, è nostro. E' mio perché nessuno lo vuole: rifiuto del cielo e del mondo. Gesù abbandonato appariva veramente la perla preziosa per tutti gli uomini che in fondo sono tutti peccatori. Egli, fattosi maledizione, peccato1 seppur non peccatore, per tutti noi, era il punto di contatto con chiunque si chiama uomo»

(C. Lubich, Il grido, pag. 46).