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Il marziano più umano che c’è

 

 

 Tutti con Francesco

Il fascino è l’attrattiva esercitata da cose o persone. Francesco d’Assisi è una persona piena di fascino.

Per secoli infatti generazioni e generazioni di uomini e donne, non solo devoti e credenti, lo hanno seguito, realmente attratti dalla sua figura e dal suo messaggio. Chiedersi quindi quale sia il suo segreto è importante, anche se è poi impossibile dare una risposta univoca.
Mi pare saggio far parlare alcuni testi tratti dalle Fonti Francescane che, pur nel loro intento agiografico, possono rivelarci delle sensibilità particolari che si sono andate sviluppando attorno a questa figura. Già nella Vita Prima di Tommaso da Celano, quasi ad ogni passo si fa cenno alla sua straordinarietà, sia attraverso le opere da lui compiute, sia attraverso le sue parole, tanto che «uomini e donne, chierici e religiosi accorrevano a gara a vedere e a sentire il Santo di Dio, che appariva come uomo di altro mondo» (FF 383).  E poco più avanti: «splendeva come fulgida stella nel buio della notte e come luce mattutina diffusa sulle tenebre: così in breve l’aspetto dell’intera regione si cambiò e, perdendo il suo orrore, divenne più ridente. È finita la lunga siccità, e nel campo già squallido cresce rigogliosa la messe» (FF 384). La stessa natura pare riprendere vigore e fecondità grazie alla presenza di questo homo alterius seculi, uomo che sa tornare alle origini evangeliche, ma annuncia anche un’apertura escatologica verso gli ultimi tempi.
Se poi ci affacciamo sul mondo variopinto dei Fioretti, nel tardo Trecento, abbiamo un esempio di come questa attrazione si stia strutturando in virtù quasi stereotipate, quasi in temi spirituali da predicazione per l’epoca. Ad esempio il Fioretto X (FF 1838) dove Frate Masseo, uno dei primi compagni del santo, gli domanda proprio il perché della sua incredibile capacità di attrarre tanto. Chiede infatti, nella lingua volgarizzata del tempo: «Dico, perché a te tutto il mondo viene dietro, e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’ubbidirti? Tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di grande scienza, tu non se’ nobile; onde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro?». Nota è anche la risposta umilissima di Francesco: «Imperciò che gli occhi dello altissimo Iddio non hanno veduto fra li peccatori nessuno più vile, né più insufficiente, né più grande peccatore di me».

 Dall’amaro al dolce

Quanto di questo fascino di Francesco oggi continua ad essere sentito? Sicuramente egli è giudicato da più parti una figura universale e trasversale anche per altre culture o religioni; ma per una risposta più concreta e precisa sarà opportuno nuovamente rivolgerci alle Fonti. Se prendiamo, ad esempio, il Testamento, dettato dal santo stesso negli ultimi mesi di vita e mirabile compendio di autolettura sugli snodi cruciali della sua crescita umana e personale, già nell’incipit, si parla di fascino, questa volta subito e non esercitato: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo» (FF 110).
Francesco stesso ci confessa come la sua massima repulsione, quella per i lebbrosi, si sia trasformata in massima attrazione-dolcezza fisica e spirituale. Una conversione dunque, la sua, che sembra nascere da un fascino che lo trasforma, reintegrando quelle parti “lebbrose” di sé che più lo spaventavano da sempre, a partire dalla sua infanzia e adolescenza di giovane ricco e viziato, tutto intento a vivere pienamente del suo io autocompiaciuto. Le note vicende biografiche si incaricheranno d’infrangere i suoi sogni di gloria. Approda così ad un profondo cambio di sguardo: da se stesso si sposta sull’altro, sul fratello lebbroso prima, e subito dopo sui fratelli, compagni fedeli della sua nuova vita. Scriverà infatti, più avanti, sempre nel Testamento: «E dopo che il Signore mi diede dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo vangelo» (FF 116).

 Io, Tu, Noi

Dunque il passaggio che Francesco compie dall’io al noi è solo in virtù del Tu affascinante che ha scoperto e che egli canterà sommamente nelle Lodi di Dio altissimo, una delle sue preghiere. Qui il santo, pervaso dall’immensità dell’amore e della gratitudine verso Dio, riesce ormai solo a dire “Tu”, un tu a cui accostare splendide espressioni di lode e di riconoscimento di ogni bene. Un Tu inclusivo, che non trascura quel noi che Francesco ha scoperto, fratello tra fratelli; un Tu sereno dove c’è ormai piena consegna di tutto e dove le battaglie per affascinare sono ampiamente sopite, un Tu che gli permette di non dover più difendere niente di suo come proprio e particolare.
Questo il fascino che, a mio avviso, esercita ancora quest’uomo straordinario, capace di compiere un itinerario complesso per riuscire a spostare lo sguardo dalla sua visione autocentrata iniziale, verso la bellezza di scoprirsi pienamente fratello, fino alla consapevolezza totale di sentirsi figlio provvisto di ogni dono, un figlio che non deve più lottare per sentirsi qualcuno nel mondo. Un cambio di visuale che forse può affascinare proprio l’uomo di oggi, preso dentro al delirio dell’ipertrofia di un io che non sa più trascendersi. Francesco può ancora affascinare perché mostra davvero possibile ciò che l’uomo di oggi desidera senza poterlo raggiungere: saper dire Tu, rimanendo veramente parte di un noi, senza esaltare o negare il proprio io.

di Chiara Gatti
francescana secolare, formatrice e mediatrice sociale

Fonte: messaggerocappuccino.it