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La povertÓ Ŕ il vero nome della libertÓ

Il Vescovo di Foligno, S.E. Gualtiero Sigismondi, ha offerto la prima meditazione in preparazione alla Solennità di San Francesco durante il vespro di lunedì 30 settembre nella Basilica di Santa Maria degli Angeli. Il presule ha preso spunto dal ritratto che la liturgia offre di frate Francesco quando lo dichiara sempliceumile e libero.          
Semplice perché in lui arde un “cuore infuocato” (Iacopone da Todi) dalla ricerca dell’unico necessario, Cristo.
Semplice perché i suoi occhi brillano anche quando la cecità gli impediva di ammirare le bellezze del Creato.
Francesco è uomo umile, virtù che è cemento della concordia, che annienta ogni inganno del nemico e rende fecondo il cammino dell’obbedienza.
Dall’incontro tra semplicità e umiltà nasce infine la libertà. Essa deve essere illuminata a monte dalla verità per potersi così aprire e divenire carità. 

Francesco è semplice, umile e libero, ma la liturgia lo ritrae anche come uomo cattolico e tutto apostolico, caratterizzato dalla latitudo cordis, l’apertura totale del cuore. Essa si dimostra, in particolare, nel sogno di Innocenzo III, in cui il Papa vede il Poverello che sorregge la chiesa del Laterano con l’argano della povertà. Proprio quest’ultima è la virtù che permette a Francesco di essere libero e di esercitare la carità fraterna. Egli si è spogliato di tutto: dei beni, degli affetti, ma soprattutto di se stesso. Quando, di ritorno dalla Terra Santa, egli cede la guida dell’Ordine, esprime in maniera piena questa totale spogliazione, obbedienza nuda alla Chiesa che viene confermata dalle Stimmate, espressione dell’unità tra sequela, imitazione e conformazione a Cristo. Se nella storia ecclesiale sono tanti gli esempi di fondatori che sono voluti morire anche da superiori, per Francesco non è così e per questo motivo gli siamo ancora immensamente grati, perché in questo modo ha manifestato il suo grande amore per la Chiesa e ci ha consegnato lo splendido dono del Francescanesimo.