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Siamo tutti intorno al mare

La festa della Presentazione di Gesù al tempio ci ricorda che celebriamo anche la XXIII Giornata mondiale della Vita consacrata. San Giovanni Paolo II la istituì per aiutare la Chiesa a valorizzare la testimonianza profetica dei consacrati, promuovere la conoscenza da parte del popolo di Dio (LG, 44), rinnovare i propositi di donazione, prendere consapevolezza della loro missione nella Chiesa e nel mondo.

Con queste motivazioni vorrei sottolineare, alla vigilia dell’incontro promosso dalla Chiesa italiana a Bari dal 19 al 23 febbraio 2020, dal titolo Mediterraneo, frontiera di pace, quanto i consacrati siano una esperienza di vita radicata nelle culture dei popoli, capaci di fiorire dove il Signore li ha piantati (B. Elia di San Clemente), intrecciando storie di amicizie e solidarietà, di ricerca di Dio e dialogo.

Il Mediterraneo e la presenza della vita consacrata rivelano una evidente genesi policentrica, in quanto molti sono i contesti culturali e le differenti aree geografiche in cui i religiosi hanno irradiato la loro testimonianza e localizzato la presenza, lasciando un messaggio chiaro: qualunque forma di vita religiosa, anche il monachesimo, è una forma di vita itinerante. Ogni forma di vita religiosa è segnata da un esodo geografico ed esistenziale: dalla città al deserto (monachesimo del basso Egitto e benedettino) e da un luogo all’altro (monachesimo siriaco e celtico, mendicanti, Istituti di vita apostolica). 

Non è irrilevante prendere coscienza che una parte delle radici cristiane dell’Europa mediterranea si trovano dentro questa esperienza di itineranza che è accaduta nel Sud del Mediterraneo, come ricordava il vescovo di Algeri, H. Teissier, un uomo che con i martiri della Chiesa d’Algeria (1991-2002) condivise la scelta di restare accanto alla propria gente. Anzi, è proprio dentro la memoria di quella storia dei 19 religiosi e religiose di 8 diverse congregazioni, rimasti in Algeria negli anni bui del terrorismo e integrati fra i musulmani, che emerge un dato non sempre evidente della storiografia: il cristianesimo occidentale non è nato in Europa, ma nel Sud del Mediterraneo (C. Lepelley). Il Mediterraneo, infatti, è il più straordinario miscuglio di razze, religioni, costumi, civiltà che la terra abbia mai visto” (F. Braudel), una macchina per produrre civiltà (P. Valéry).

Farebbe tanto bene non considerare la frontiera meridionale del Mediterraneo solo una fonte di inquietudine, credendo ingenuamente che l’Europa possa crescere solo guardando a Nord o ad Est, giustificando le barricate ideologiche e materiali che tentano di fermare quelle risalite di umanità che vengono dal Machreb e da tanta parte del Sud del mondo. Costruire nuovi muri, dopo che per decenni abbiamo sperato l’abbattimento di quella scandalosa frontiera posta nel cuore di Berlino e della umanità, significa disperare dell’avvenire di questo Mare nostrum, come mare di tutti, perché chiuso fra l’Europa meridionale, l’Asia occidentale e l’Africa settentrionale, un territorio dove vivono quasi 500 milioni di abitanti. 

Il Mediterraneo è un continente liquido con contorni solidi ed abitanti mobili (B. Etienne). Gli uomini di questo continente quasi sempre sono stati migranti, forse perché la migrazione è nella natura stessa del mare e la liquidità è già come una contaminazione multietnica. 

La itineranza della vita religiosa aiuta a capire qualcosa di quello che potrebbe essere il Mediterraneo; infatti, come la peregrinatio dei monaci siriaci, irlandesi e mendicanti insieme con la stabilitas loci dei monaci del Basso Egitto e Benedettini rappresentarono una fucina di umanesimo capace di incontrare, dialogare ed integrare culture diverse, così la mobilità e la stabilità della vita consacrata e della umanità di oggi dovranno scrivere nuovi percorsi di umanità e interculturalità, imparando ad abitare nuovi orizzonti: Vi basti leggere il vostro nome nel vento e nel cielo azzurro: mormorato sotto una palma nelle pause dei canti. O frate Nessuno sei l’antica immagine di Cristo sparpagliato in ogni lembo di umanità, vessillo che ci manca. (D.M. Turoldo).

In questo Mediterraneo multiplo per razze e culture, va esercitata la ricerca per riscoprire buona parte del nostro passato ad esaltazione del presente, nel segno della tolleranza e della ricchezza umana e culturale della ibridazione. Creare nuove sintesi di civiltà, rappresenta il segreto e la grandezza della cultura mediterranea.

Questo Mediterraneo, però, rischia di non esserci più, perché il mare nostrum è un mare in vendita, predato da forze esterne che vantano predominio sulla superficie liquida, facendo emergere l’importanza geopolitica del mare, i fattori geoeconomici e geostrategici che stanno alla base della profonda instabilità del Mediterraneo, perché “Chi controlla il territorio costiero governa l’Eurasia; chi governa l’Eurasia controlla i destini del mondo” (N. Spykman). 

La vita religiosa, volendo dare un contributo a questo Mediterraneo, frontiera di pace, dovrà favorire una cultura sinodale e inter-carismatica, un umanesimo in grado di abitare oltre quella invisibile povertà che porta il nome di paura. Trasformare la cultura della paura e della minaccia in cultura della speranza e dell’incontro: E’ nella città che gli estranei si incontrano in quanto individui umani, si guardano da vicino, parlano, apprendono gli uni i costumi degli altri, negoziano le regole della vita comune, collaborano e, presto o tardi, si abituano alla presenza reciproca, trovando piacere, in un numero crescente di occasioni, nella comune compagnia” (Z. Bauman). 

Nelle nostre città, avamposti della vita futura, i religiosi dovranno osare e condividere, nella fede semplice, due esperienze: quella di Dio e della convivialità accogliente e sanante, tra la Betania (Mc. 14, 1-11) e l’Antiochia (At. 11, 19-26) dei nostri giorni, due modelli di pace e di integrazione, due forme per narrare la fede e la pro-esistenza a Dio e all’umanità. 

 

                                                                       P. Luigi Gaetani, OCD

                                                                     Presidente Nazionale CISM

 

Fonte: avvenire.it