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Dalla paura pu˛ nascere un sogno!

 

Di lui si parla pochissime volte nei vangeli:   Se ci constata una certa frequenza nei cc. 1-2 di Matteo (1,16.18,19,20,24; 2,13,19) è invece solo nominato, e spesso è accanto a Maria in Lc (1,27; 2.4.16).  Ritorna solo il suo nome in alcuni passi che contengono la domanda o riportano l’opinione della gente riguardo a Gesù “figlio di Giuseppe” (Lc 3,23; 4,22; Gv 1,45; 6.42).

Approfondiamo la sua storia nel vangelo secondo Matteo. 

Giuseppe appare per la prima volta nella genealogia: 

Mt 1,16:  Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo. 

La sua prima apparizione è inserita in una schiera di nomi, all’interno di una storia di fedeltà che comincia con Abramo. Anche lui un padre che ha dovuto imparare che l’arte di essere padre richiede un cuore libero, non possessivo, sacrificio e fiducia. La genealogia ha lo scopo di indicare che la pazienza di Dio realizza i suoi sogni nel tempo, a lungo termine, attraverso la collaborazione del suo popolo, nonostante  i contrattempi e il peccato. Tamar si traveste da prostituta e seduce il suocero (Gen 38), Rachab è prostituta di Gerico (Gs 2), la moglie di Uria commise adulterio con Davide. Poi c’è Rut che è straniera  -come le altre donne-  e per la sua origine non è vista di buon occhio (perché i mariti potevano abbandonare la fede per le mogli).

La geneaologia è quindi la storia della tenacia di Dio che non si arrende finchè l’uomo non è salvo.

Giuseppe è una delle figure che più di altre evidenzia che il suo essere è dipeso dall’aver vissuto accanto a Maria: Lei lo ha amato immensamente, Lui l’ha custodita con forza e tenerezza. Nella missione di essere custode del Signore Maria è presente… Ma come Giuseppe visse molti anni (quelli precedenti alla loro vita insieme) senza Maria bisogna mettere in conto che nella crescita Maria è un dono che non sempre giunge subito. Per alcuni di noi, può essere, una madre che ci attende alla meta, per altri una compagna che si aggiunge a metà cammino.

La menzione di Giuseppe, nella narrazione evangelica dà paternità davidica a Gesù. 

Leggiamo in Mt 1,18-20:“Così fu generato Gesù Cristo: sua madre, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.

Con questo episodio cominciano le notti e i sogni di Giuseppe:

“Destatosi dal sonno Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo”. Siamo qui dinnanzi all’annunciazione a Giuseppe. Egli si mostra l’uomo giusto, l’uomo obbediente.  Il silenzio di Giuseppe è eloquente quanto le parole di Maria: “Avvenga di me quello che hai detto”. Giuseppe deve dare il nome perché spetta al padre darlo. A Giuseppe è richiesto di essere padre rinunciando alla paternità fisica! Quello che Maria sperimenterà sotto la croce, la donazione-perdita del figlio, Giuseppe lo accetta già in questa notte. 

Giuseppe è qui l’icona dell’uomo di fede che sta nel piano di Dio, che si fida di Dio anche quando Dio si presenta con piani stravolgenti. Dio gli chiede di entrare in questo progetto, anche se non lo merita, anche se non si sente capace. La giustizia per Giuseppe sarà fidarsi di Dio.

K. Barth diceva che Giuseppe è “un modello per la chiesa al servizio di Cristo”, e forse anche in questo senso andrebbe recuperata l’espressione di Giuseppe custode della Chiesa: come colui che fu a totale servizio del corpo di Cristo che è la Chiesa. 

La seconda notte (Mt 2,13-16): Erode vuole uccidere Gesù: Giuseppe viene avvertito del massacro nella notte, in sogno, da un angelo.

L’angelo dice: “alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finchè non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. 

Giuseppe per salvare Gesù deve andare in esilio, conoscere la situazione dell’emigrato, essere sotto le dipendenze di un padrone. La sua obbedienza salva Gesù. Giuseppe diventa testimone di un Messia non solo che salva ma che è “salvato”. Salvato dalla generosità, dal sacrificio, dall’amore di Giuseppe.  

La terza notte (Mt 2,19-23): E’ difficile conoscer la vita di Giuseppe, Maria e Gesù in Egitto, ma certamente fu una vita povera, una vita di lavoro al servizio di padroni, una vita da emigrati. Morto Erode un angelo apparve in sogno a Giuseppe: Alzati prendi con te il bambino e sua madre e và nel paese d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino”. Egli alzatosi prese con sè il bambino e sua madre ed entrò nel paese di Israele.

Si compie così l’esodo silenzioso. Tutto avviene ancora nel silenzio di Giuseppe. Giuseppe porterà Gesù in Galilea, in una terra che era considerata di basso livello perché ci abitavano anche i pagani. Lo porta a Nazareth perchè si compiano le Scritture: sarà chiamato nazireo.

Così esce di scena Giuseppe, ritirandosi in Galilea, con Maria e Gesù. 

Cosa impariamo da questi sogni?

Giuseppe è un papà attraversato da una paura particolare: la paura di entrare in un progetto di Dio. «Non temere!» è l’espressione che si usa nella Scrittura quando viene affidato un compito divino come la paternità. In questo caso la paternità di Gesù. Giuseppe è un uomo che ha conosciuto, insieme alla gioia di essere padre, anche il senso di responsabilità, la preoccupazione che può dimorare nel cuore di un padre per il figlio che nasce. 

L’imperativo di Dio è relazionale: «Prendi con te il bambino e sua madre». “Prendere” significa anche “custodire”, custodire qualcuno senza averne possesso: al “bambino” non si riferisce alcun aggettivo possessivo. Giuseppe deve imparare a stare in questa storia di salvezza con tutta la dedizione di un padre e con libertà, senza volere alcun dominio, senza alcun possesso: egli è il custode. Da quella notte in poi, la missione sarà custodire il bambino e sua madre. Ed impara a collaborare, anche quando si tratta di un progetto più grande del previsto. Egli non ha mai chiesto di essere il custode di Gesù, eppure il bambino che nascerà per opera dello Spirito Santo dovrà ricevere il nome da lui.

La famiglia di Nazareth impara la “sapienza dell’alternanza”: «fuggi in Egitto»(2,13), «resta là» (2,13), «va’ nella terra d’Israele» (2,20): sono tre comandi che indicano azioni contrapposte, due di movimento, una di stasi. Il movimento è, poi, in direzioni opposte. Dio porta avanti la sua storia chiedendo ora una cosa, ora un’altra, come il Qoelet ricorda.

La famiglia di Nazareth impara che Dio parla un po’ alla volta, e attende il cammino dell’uomo. In sogno, l’angelo non dice direttamente a Giuseppe di andare in Galilea. Lo fa solo dopo che Giuseppe ha paura.

Giuseppe e Maria imparano che, ciò che sembra un contrattempo, può essere il compimento di una profezia. 

Dalla paura può nascere un sogno: “Quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazareth, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno» “(Mt 2,22-23). La paura ha fatto si che Giuseppe andasse a vivere in Galilea e, inconsapevolmente, si è realizzata la profezia! 

Gesù cresce con la benedizione del Padre, e con quella dello sguardo di Giuseppe e di Maria.  Gesù cresce nelle tradizioni ebraiche. Dopo otto giorni il figlio maschio veniva circonciso (Lc 2,21) dal capo famiglia o dal medico e questi giorni inframmezzo erano giorni di festa. La circoncisione era il segno dell’appartenenza a Dio e al suo popolo. Il piccolo cresce così con un legame scritto con il sangue sulla sua carne. Il suo corpo, ferito, gli ricorda che egli è di Dio. Ma soprattutto che Dio è per lui, che Dio è suo, suo alleato. Sebbene la pratica possa essere anche crudele, il significato ad essa accompagnato sarà di grande aiuto per lo sviluppo del bambino. Egli infatti potrà sempre contare sulla fedeltà di Dio. La circoncisione, infatti, non solo indicava l’appartenenza dell’uomo a Dio, ma anche l’alleanza di Dio verso questo figlio. Il membro circonciso, come l’ombelico, ricorda adesso al piccolo da dove viene, chi si prende cura di lui, su chi può contare: Dio Padre, Maria e Giuseppe. Al momento della circoncisione veniva dato il nome: Gesù è il nome con il quale il bambino era stato chiamato ancora prima di essere concepito nel grembo di sua madre (Lc 2,21).

Nell’omelia del 19 marzo 2013, durante la messa dell’inizio del ministero petrino, papa Francesco dice: «Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; 

E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. 

In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!

E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E’ il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti». 

È nell’essere stato educato insieme da Giuseppe e Maria che Gesù ha imparato a poter stare insieme anche con chi ha prospettive diverse. È grazie al loro prendersi cura insieme che Gesù ha appreso a stare in questo mondo in ascolto attento dell’altro, con profondo rispetto, e ha potuto maturare un cuore buono e onesto, accogliente e assertivo. 

E’ da questa famiglia, da Giuseppe e da Maria ha imparato a pregare, ad amare, a sperare, a compiere la volontà di Dio, a cercare il volto del Padre, a passare in mezzo a noi mite e umile: conoscendo il fallimento e compiendo miracoli. Quando Elisabetta avrà raccontato a Gesù di quei mesi in cui Maria si sia presa cura di lei mentre si attendeva la nascita di Giovanni; da Maria avrà imparato la sollecitudine nel servizio; Chissà come sarà risuonato alle sue orecchie che si mise in viaggio “in fretta”. Non sapremo mai, quanto non abbia inciso, nella sua accoglienza degli “ultimi”, “dei malati e dei peccatori” il racconto di quella notte in cui i pastori sono venuti ad adorarlo. Da quella visita ha imparato che i primi a cercarlo erano coloro che “puzzolenti” erano messa da parte, gente di poco conto, di periferia, peccatori. Da Maria e Giuseppe avrà imparato a non fare discriminazioni: ad allargare il cuore anche a loro, i pastori, gli ultimi, gli indifferenti. Da alcuni Gesù era accusato di essere amico dei pubblicani, “mangione e beone”. Chissà se quei giorni a Cana, con Maria alla festa, non l’abbiano convinto che Dio è vicino nel dolore, ma anche nella gioia e la gioia della festa è il luogo dove, come nel dolore più grande, si nasconde e si manifesta. 

Nel Vangelo di Luca Giuseppe esce di scena quando Gesù comincia a predicare, legato a Gesù e in un clima di meraviglia! Così desidera il narratore che sia ricordato, e così è raccontato nella storia: legato a Gesù e sempre destando meraviglia sul rapporto che c’è stato tra lui e Gesù: un rapporto che resta custodito dal mistero. 

concludo con il mistero che evoca uno scritto di Borges, del 1969, commentando il vangelo di Giovanni, intitolato L’elogio dell’ombra: 

Il poeta così immagina il dialogo tra il Figlio- Gesù-  e Dio Padre. Questo dialogo divino si conclude ricordando Giuseppe e tutto quanto Gesù ha imparato da Giuseppe in quella bottega di falegname: “Stetti con i miei con stupore e tenerezza. […] Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni, l’ignoranza, la carne, i tardi labirinti della mente, l’amicizia degli uomini, la misteriosa devozione dei cani. Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce. [Bevvi il calice fino alla feccia.] Gli occhi miei videro quel che ignoravano: la notte e le sue stelle. Conobbi ciò che è terso, ciò che è arido, quanto è dispari o scabro, il sapore del miele e della mela, e l’acqua nella gola della sete,  il peso di un metallo sul palmo, la voce umana, il suono dei passi sopra l’erba, l’odore della pioggia in Galilea, l’alto grido degli uccelli. Conobbi l’amarezza. Ho affidato quanto è da scrivere ad un uomo qualsiasi; non sarà mai quello che voglio dire, ne sarà un riflesso…Dalla mia eternità cadono segni […] Ricordo a volte e rimpiango l’odore di quella bottega di falegname”. 

…anche noi desideriamo ritornare a risentire l’odore di quella bottega di Giuseppe custodita da Dio.

fr. Gaetano La Speme