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Il Servo buono e fedele

Chi è, chi è colui che oggi ci raccoglie per celebra­re nel suo nome beato una irradiazione del Vangelo di Cristo, un fenomeno inesprimibile, eppure chiaro ed evidente, quello di una trasparenza incantevole, che ci lascia intravedere nel profilo di un umile fraticello una figura esaltante e insieme quasi sconcertante: guarda, guarda, è San Francesco! Lo vedi? Guarda come è pove­ro, guarda come è semplice, guarda come è umano! è proprio lui, San Francesco così umile, così sereno, così assorto per apparire quasi estatico in una sua propria interiore visione dell'invisibile presenza di Dio, eppure a noi, per noi così presente, così accessibile, così dispo­nibile, che pare quasi ci conosca, e ci aspetti, e sappia le nostre cose e possa leggere dentro di noi...

Guarda bene; è un povero, piccolo Cappuccino, sembra sofferente e vacillante, ma così stranamente sicuro che ci si sente da lui attratti, incantati. Guarda bene, con la lente francescana. Lo vedi? Tu tremi? chi hai visto? Sì, diciamolo: è una debole, popolare, ma autentica immagine di Gesù; sì, di quel Gesù, che parla simultaneamente al Dio ineffabile, al Padre, Signore del cielo e della terra; e parla a noi minuscoli uditori, rac­chiusi nelle proporzioni della verità, cioè della nostra piccola e sofferente umanità...

E che dice Gesù in questo suo oracolo poverello? Oh! grandi misteri, quelli dell'infinita trascendenza di­vina, che ci lascia incantati, e che subito assume un lin­guaggio commovente e trascinante: riecheggia il Vange­lo: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò" (Mt 11, 28).

Ma dunque chi è? È Padre Leopoldo... Nato il 12 maggio 1866, morì a Padova dove visse la maggior par­te degli anni della sua vita terrena, conclusasi a 76 anni, il 30 luglio 1942.

Una nota particolare non possiamo tuttavia trascu­rare; egli era oriundo della sponda levantina dell'Adria­tico, di Castelnovo, alle bocche di Cattaro, e conservò sempre per la sua terra un amore fedele, anche se poi, vissuto a Padova, non fu meno affezionato alla nuova patria ospitale e soprattutto alla popolazione presso la quale esercitò il suo silenzioso e indefesso ministero. La figura perciò del Beato Leopoldo riassume in sé que­sta bivalenza etnica, quasi a fonderla in un'emblema di amicizia e di fratellanza che ogni suo devoto cultore dovrà fare propria. È questo particolare dato biografico del Beato Leopoldo un primo compimento d'un pen­siero, un proposito dominante della sua vita. Come tutti sappiamo, Padre Leopoldo fu" ecumenico" ante litteram, cioè sognò, presagì, promosse, pur senza operare, la ricomposizione nella perfetta unità della Chiesa, anche se essa è gelosamente rispettosa delle particolarità mol­teplici della sua composizione etnica...

Ma la nota peculiare della eroicità e della virtù ca­rismatica del Beato Leopoldo fu un'altra: chi non lo sa? Fu il suo ministero nell'ascoltare le Confessioni. Il suo metodo di vita era questo: celebrato di buon mat­tino il sacrificio della Messa, egli sedeva nella celletta-confessionale, e lì restava tutto il giorno a disposizio­ne dei penitenti. Tale tenore di vita egli conservò per circa quarant'anni, senza il minimo lamento. Ed è que­sto, noi crediamo, il titolo primario che ha meritato a questo umile Cappuccino la beatificazione, che ora noi stiamo celebrando. Egli si è santificato principalmente nell'esercizio del sacramento della Penitenza.

Noi non abbiamo che da ammirare e da ringraziare il Signore che offre oggi alla Chiesa una così singolare figura di ministro della grazia sacramentale della Peni­tenza; che richiama da un lato i sacerdoti a ministero di così attuale pedagogia, di così incomparabile spiri­tualità; e che ricorda ai fedeli, fervorosi o tiepidi e in­differenti che siano, quale provvidenziale e ineffabile servizio sia ancor oggi, anzi oggi più che mai, per loro la Confessione individuale e auricolare, fonte di grazia e di pace, scuola di vita cristiana, conforto incomparabile nel pellegrinaggio terreno verso l'eterna felicità.

Che il nostro Beato sappia chiamare a questo severo, sì, tribunale di penitenza, ma non meno amabile rifugio di conforto, di verità interiore, di risurrezione alla grazia e di allenamento alla terapia della autenticità cristiana, molte anime intorpidite dalla fallace profanità del co­stume moderno, per fare loro sperimentare le segrete e rinascenti consolazioni del Vangelo, del colloquio col Padre, dell'incontro con Cristo, dell'ebbrezza dello Spi­rito Santo, e per ringiovanire in esse l'ansia del bene altrui, della giustizia e della dignità del costume.

Paolo VI, papa in: A.A.S. 68 [1976] 319-322