NEWS

Frati Illustri - Fra Francesco da Scicli

CAVALLI, Francesco. - Figlio di Eugenio, nacque, attorno al 1595, nella siciliana Scicli e fu chiamato Pietro Antonio.

Così il cultore di memorie locali nonché fonte pei repertori bibliografici siciliani don Antonino Carioti, ivi arciprete tra la fine del '600 e il primissimo '700,per il quale il concittadino Francesco Melfi, ad attestare la sua riconoscenza per una guarigione dovuta alle valenti cure del C., s'era preso la briga di stenderne la biografia. Ma il manoscritto - il Carioti l'aveva appreso dal figlio dell'autore Giovambattista, regio cavaliere e barone di S. Antonio e quindi carmelitano col nome di fra' Giovanni della Croce - andò smarrito nel terremoto del 1693, di cui il Melfi stesso fu vittima; donde l'esiguità e la frammentarietà delle notizie sul Cavalli.

Si sa, ad ogni modo, che le condizioni della famiglia, una delle più abbienti della cittadina, gli permisero una compiuta istruzione sino alla laurea, in filosofia e medicina (in utraque, precisa, appunto, il relativo verbale), conseguita a Padova il 15 giugno 1618. Rientrato a Scicli forte d'un attestato che lo dichiara "perillustrem…. doctissimum et universae naturae dotibus ornatum",si accasò con una Spinelli, una nobile famiglia locale imparentata cogli omonimi di Gravina e Mistretta, e vi esercitò, è presumibile, per qualche tempo, la professione. Successivamente si trasferì a Mantova presso il duca Ferdinando come medico primario e tale lo confermò Vincenzo II assegnandogli il compenso annuo, piuttosto cospicuo, di 1.200scudi e destinando, inoltre, due servitori al suo esclusivo servizio. Morto il Gonzaga, si recò a Innsbruck, alla corte dell'arciduca Leopoldo IV, alla cui moglie, Claudia de' Medici, il C., probabilmente, era stato segnalato dalla sorella Caterina, vedova del suo primo protettore Ferdinando.

Scomparsa la moglie, dalla quale non aveva avuto figli, la solitudine della vedovanza e,forse, una propensione a lungo covata lo indussero a indossare, nel marzo del 1632, il saio cappuccino; e, nella scelta dell'Ordine, non va escluso un preciso suggerimento dell'arciduchessa Claudia che dei cappuccini era convinta protettrice. Dimezzatogli da una dispensa romana il noviziato a soli sei mesi che trascorse a Bassano, già l'8 settembre il C. pronunzia i voti assumendo il nome di Francesco da Scicli; e, in effetti, come "Franciscus a Sicli, natione siculus" figura nei repertori. Per quanto risulti abbia anche predicato ("conciones etiam habuit non sine animarum fructu" scrive il Mongitore), avendo brillantemente superato, nel giugno del 1636, gli esami per la patente di predicatore, la nuova veste monacale, per volontà degli stessi confratelli sollecitanti una concessione pontificia in tal senso - era, di per sé, proibito "a' frati l'essercitar la medicina" (Chronologia historico-legalis seraphici Ordinis...,Venetiis 1618, p. 31) -,non intralciò i suoi interessi e le sue esigenze professionali.

Così, oltre a curare gli infermi del proprio convento veneziano, adoperò la sua competenza anche a vantaggio di qualche autorevole e munifico protettore dei cappuccini, come risulta, per es., dall'autorizzazione del 18 ag. 1647 del padre generale a "poter in scritto dare un consulto" a "Marietta Morosini, gentildonna venetiana d'ottima casa e divotissima de' frati". E i suoi richiestissimi pareri andarono anche ad ammalati d'estremo riguardo quali Maria Anna d'Austria, la futura regina di Spagna, e il piccolo Leopoldo, il futuro imperatore, che avrebbe addirittura strappato alla morte.

Pur mantenendo la sua dimora abituale nella sede cappuccina di Venezia, è certo che il C. se ne allontanò più volte. Nel 1640 è a Salisburgo, forse per dotare la biblioteca dell'arcivescovo d'un settore medico-farmaceutico; così, almeno, fa supporre una lettera, del 23 giugno 1640, del procuratore generale dell'Ordine al provinciale di Venezia in appoggio alla richiesta dell'arcivescovo salisburghese e del C. "che si trasferissero da Verona un libro di semplici et altri di medicina",precisando che "il detto predicatore",cioè il C., s'offriva "di ricompensare il convento di Mantova, di ragione del quale" erano i libri richiesti, con "altri... per quello che sarà conveniente". Nel 1646 il C. risulta a Napoli, donde, con lettera del 29 settembre, il generale gli ingiunge di rientrare assieme a tale fra' Angelico da Verona. Almeno due, nel 1647 e nel 1651, i soggiorni, piuttosto prolungati, del C. ad Innsbruck presso quel convento cappuccino, prossimo alla residenza arciducale, ove godeva del prestigio derivantegli dalla protezione dell'arciduchessa Claudia, evidentemente confermato anche dopo la sua scomparsa. Indubbio, altresì, un viaggio del C. a Roma, ove ebbe modo d'avvicinare due archiatri pontifici, il portoghese Gabriel Fonseca e Cesare Marselu, e di farsi apprezzare dal card. Giovanni Panciroli, il segretario di Innocenzo X.

Non priva d'interesse è la lettera, dell'8 febbr. 1648, scritta a questo, da Venezia, dal C. per accompagnare il dono d'una miniatura rappresentante la Madonna di Passau, (il C. l'aveva, a sua volta, ricevuta dal segretario di Claudia, a compenso della guarigione d'una fastidiosa sciatica; ma era oggetto troppo prezioso perché potesse, come cappuccino, trattenerlo): in essa il C., esprimendo rammarico pei dolori renali affliggenti il pontefice, suggerisce quale rimedio - e auspica che il Fonseca e il Marselli l'adottino - un preparato di polvere di vipera diluita in vino forte o in brodo di pollo nonché una dose di 5 o 6 gocce di polvere di spirito di sale (con ogni probabilità acido cloridrico con dell'acido azotico, componenti della cosiddetta "acqua reale",rettificato ed edulcorato colla dissoluzione di molte foglie d'oro battuto, pure queste da diluire in brodo o vino. Non sappiamo l'esito del consiglio del C., ma resta indicativo ch'egli raccomandi la polvere di vipera venduta a Venezia nella celebre farmacia sul ponte dei Baretteri, quella all'insegna dello "Struzzo"; e ciò fa supporre che con questa collaborasse in forma continuata fornendole ricette e preparati.

Non a caso, nell'imponente e voluminoso Nuovo et universale theatro farmaceutico...(Venezia 1667; si tratta d'un tomo d'oltre mille pagine, zeppo d'indicazioni sulla composizione dei medicinali del tempo e sul loro uso), l'autore, Antonio de Sgobis da Montagnana, che di quella sarà "speciale" (cfr. G. Dian, Cenni storici sulla farmacia veneta al tempo della Repubblica, VII, Venezia 1908), divulgherà, valutandone le qualità curative, vari preparati di "fra Francisco da Scicli detto Cavalli capucino",e precisamente: un'"acqua apoplettica,un'"acqua cordiale magistrale",un'"acqua nefritica",un'"acqua magistrale diuretica",un'"acqua oftalmica",un "elixir over oro potabile per gli poveri" (buono, questo, addirittura per "ogni infermità" dei "poveri"), un "oglio balsamico vulnerario", un "oglio balsamico nevritico",un "elettuario giacinthino",un "elettuario alessifarmaco",un "elettuario di conserve lenitivo et solvitivo",un "unguento per la pleuritide" nonché due tipi di "polvere sternutatoria calda". Ma l'assenza del C. non solo nell'Antidotarioromano tradotto da I. Ciccarelli e annotato da P. Castelli (Venetia 1678) e nel più tardo Antidotariumbononiense... (Venetiis 1756) ma anche in testi privilegianti la farmaceutica veneta, quali il Lessico farmaceutico-chimico... (Venezia 1728) e il Codice farmaceutico per lo Stato... di Venezia compilato per ordine dell'ecc.mo magistratodella Sanità (Padova 1790), induce a ridimensionare i cenni reclamistici del de Sgobis e a circoscriverne l'importanza nella farmacopea del tempo all'ambito della clientela della farmacia dello "Struzzo".Infermatosi gravemente agli occhi, il C. - della cui presenza rimane traccia in alcuni atti di morte di confratelli da lui firmati, in sostituzione del medico del convento, nel 1653 - è costretto, probabilmente nella primavera del 1654, a ritornare a Scicli fissando la sua dimora presso i cappuccini locali, ove, secondo il Carioti, non trascurò "di dare saggio del gran talento e del suo Spirito nel predicare"; e qui morì nel 1662.

Irreperibile risulta il trattato De rebus medicis quae sunt inquotidiano usuet quas perfecte callere debent medici et pharmacopaei (Venetiis 1675), attribuito al C. dai repertori, a cominciare da quello di Dionisio da Genova; ammesso, comunque, lo abbia effettivamente scritto, si può tranquillamente escludere sia pervenuto alla stampa, altrimenti sarebbe stato registrato nell'aggiornatissima Appendix bibliothecae medico-philosophico-philologicae ... nationis germanicae artistarum (Patavii 1680). Né, d'altronde, il lavoro figura nell'accurata Biblioteca... dei cappuccini della provincia di Venezia...(Padova 1944) del padre Giovanni Grisostomo da Cittadella. Esiste, tuttavia, trale opere di Giovanni Antonio Mattaragia, divenuto cappuccino col nome di fra' Fortunato da Rovigo, conservate presso l'Archivio provinciale dei cappuccini veneti, una sua traduzione manoscritta intitolata Brevi curationi in mali particolari descritti dal Padre Cavalli capuccino e tradotti dallatino al volgare l'anno 1691, ove succintamente si tratta delle principali malattie, della sintomatologia in proposito e si indicano, sulla base della farmacopea ed erboristica del tempo, i relativi rimedi; può darsi la versione riguardi proprio il De rebus medicis...,che, in tal caso, lungi dall'essere stampato, sarebbe rimasto manoscritto.

È certa la composizione, da parte del C., peraltro non ultimata a causa del progressivo indebolimento della vista, d'un trattato dei semplici, sorta d'erbario in tre volumi, nei quali si diffondeva sulla virtù delle piante e la loro utilizzazione farmaceutica. Si sa che il provinciale dei cappuccini veneti ne richiese il manoscritto, senza obiezioni da parte di quello di Siracusa; ma, essendo ormai ingressato nella biblioteca conventuale di Scicli, occorreva uno speciale permesso romano sollecitato, in effetti, nel marzo del 1685, dallo stesso procuratore generale dell'Ordine. Senza esito, però, se è da credere al Mongitore, a dir del quale i volumi, all'inizio del '700,conservavansi "in coenobio siclensi"; e la notizia è ripetuta pedissequamente dal Mira, senza cura d'appurarne la veridicità. In realtà già il Carioti aveva annotata la scomparsa del manoscritto.

fonte: www.treccani.it