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Fra Vittorio: Ci legava una dolce amicizia

“CI LEGAVA UNA DOLCE AMICIZIA…”  (Sl 55,15)

(Lettera aperta ricordando fra Vittorio Midolo).  

Vittorio carissimo, quando mi hai inviato il tuo ultimo audio in cui, con un filo di voce, mi comunicavi il tuo rientro in ospedale e ti affidavi alla mia preghiera, non avrei immaginato minimamente di ricevere, dopo pochi giorni, la notizia ferale della tua morte (non uso l’eufemismo “dipartita” o altri pietosi giri di parole…). 

Ho sentito subito, nel più profondo di me stesso, un rifiuto ad accettare la tua morte prematura e mi è venuta in mente l’apostrofe pronunciata da mons. Delpini, arcivescovo di Milano, agli inizi di questo mese di febbraio durante le esequie di un sacerdote quarantenne, morto improvvisamente: “Morte, tu ci ferisci con ferite che sembrano irrimediabili: io ti maledico! Morte prematura, tu lasci tra noi vuoti che ci sembrano incolmabili: io ti maledico! Morte improvvisa, che non consenti neppure un saluto, un’ultima parola, un’ultima carezza: io ti maledico!”.

Ora posso dirtelo, Vittorio: ascoltare i tuoi audio sempre più strazianti, segno della fatica enorme che ti costava leggere e scrivere, era diventato per me penoso esercizio di sofferenza, mitigato dalla dolcezza con la quale mi descrivevi la tua malattia subdola, dall’accenno a un sorriso, come quando mi hai detto che il tuo papà, “mischinu!”, così in dialetto, condivideva la tua camera in clinica, dal tuo consegnarti al Signore e dall’umile richiesta di preghiera.

In uno degli ultimi WhatsApp (che ora rimpiango, come gli audio, di non aver provveduto a salvare, come invece ho fatto per le mails) inviato dall’Ospedale “Cannizzaro” di Catania, mi esprimevi il desiderio d’incontrarci ed entrambi non disperavamo che ciò potesse, prima o poi, accadere. Purtroppo la distanza geografica, il tuo aggravarti e la tua fine segnata non lo hanno permesso.

Ora, Vittorio carissimo, possiamo dire che il nostro incontro è stato solo rinviato e certamente avverrà, in dimensioni altre, al di là dello spazio e del tempo, complice il servo di Dio fra Giuseppe Maria da Palermo, il giovanissimo novizio cappuccino morto nel convento della tua Sortino, di cui sei stato convinto e fervente vicepostulatore nella causa di beatificazione e canonizzazione.

E proprio la mia recensione su Italia Francescana alle due edizioni della tua biografia di fra Giuseppe, della quale sei rimasto contentissimo, e qualche piccolissimo aiuto che ho potuto darti nella compilazione della voce riguardante il servo di Dio su Wikipedia, come pure di altre voci relative a diversi conventi  della tua provincia cappuccina di Siracusa, ha rafforzato la nostra conoscenza, episodica e lontana, e l’ha trasformata sempre più in quella che non esito a definire, con le parole del salmo, “una dolce amicizia”.

La gratitudine e la stima, virtù rarissime, erano naturali in te, Vittorio. I dolcetti tipici siciliani di una rinomata pasticceria di Ferla, che mi hai fatto giungere, mi hanno commosso e mi hanno dato la certezza della tua nobiltà di animo e della signorilità dei tratti che ti distinguevano, vera cortesia serafica, come ho avuto modo di scriverti, ringraziandoti del pensiero.

Quando poi hai saputo, e te ne avevo accennato recentemente, delle mie ultime pubblicazioni relative all’agiografia cappuccina, mi avevi proposto di scrivere anche di fra Giuseppe Maria da Palermo e ti avevo risposto sorridendo: “A te non posso dire di no!”. 

Davvero ti stava a cuore mettere in luce la santità di questo giovane novizio cappuccino, ti sei identificato con lui al punto che, come ha opportunamente detto l’arcivescovo Lomanto nell’omelia delle tue esequie ad Augusta: “Colpito dalla figura di fra Giuseppe Maria da Palermo, tanto di avere avuto in eredità sorella morte nella stessa maniera, per malattia, e in giovane età”. 

Davvero, Vittorio, eri un fiore raro in quella che potremmo chiamare l’aiuola serafica, “stella alpina” che fiorisce nonostante tutto, come pure ti ha definito l’arcivescovo, a riprova che la tua lunghissima, dolorosissima e invalidante malattia non ti ha impedito di vivere il tuo ministero sacerdotale per gli altri, così come avevi dichiarato in un’intervista, fresco di ordinazione.

E poi il tuo “testamento spirituale”, redatto con estrema lucidità nel 2021, è stato per me sorpresa inaspettata, dono di inestimabile valore, vera e propria radiografia della tua anima, anzi autobiografia senza sconti nel raccontare, con estrema franchezza, questa tua breve giornata terrena di cui avvertivi vicino, ogni giorno di più, il tramonto.

Con il riferimento trinitario all’inizio e alla fine del tuo “testamento”, ti sei consegnato e collocato nel cuore stesso del mistero di Dio, tanto da indicarci il segreto di ogni “Relazione con Dio e con i Fratelli”: “La vita è una grande storia d’Amore, amare ed essere amati sono le due ali che innalzano l’uomo verso alti orizzonti, se questo amore è totale e gratuito l’Uomo raggiunge l’Orizzonte Divino”.

E tu ora lo hai raggiunto questo “Orizzonte”, Vittorio, avendo vissuto pienamente, sulla tua carne, la parabola da te evocata, quella del chicco di grano caduto a terra per morire e dare frutto. Voglio dirti il mio grazie, Vittorio, perché in forza della “dolce amicizia” che ci legava, sono tra i destinatari della tua consegna: “che il frutto della mia vita possa essere raccolto da quanti mi amate”. 

Sono certo che sono davvero numerosi quelli che tu hai amato, e dai quali sei stato ricambiato, e che ora cominciano a fare i conti con la tua assenza, misurando il vuoto enorme che hai lasciato.

Ovviamente, Vittorio, per motivi contingenti, non ho potuto essere presente alla concelebrazione esequiale ma, appresa la notizia, ho voluto portare nell’Eucarestia il ringraziamento per averti conosciuto, per avere sperimentato la tua bontà, delicatezza e signorilità, per la stima e l’affetto di cui mi hai colmato con il tuo sorriso, ora trasfigurato nella luce del giorno senza tramonto. Anche a Maria, regina di ogni promessa, ho affidato il tuo breve cammino terreno, il tuo pellegrinare gioioso e fedele, la tua lunga e dolorosa sosta al Calvario.

Concludo rivelandoti, Vittorio, quello che forse per te non è più un segreto. Infatti, seguendo il cuore, ho trovato modo, di esserci anch’io: ho infatti pregato un confratello presente alle tue esequie di baciare, per me, la bara di legno grezzo con le insegne del tuo essere sacerdote (la stola) e frate cappuccino (la Regola e le Costituzioni dell’Ordine).

Voglio infine credere e sperare, nel profondo del mio cuore, che anche il tuo corpo, che ha incontrato in così giovane età “sora nostra morte”, abbia emanato quel “profumo di zagara” che, per giorni, si diffuse dopo la morte dell’appena ventiduenne novizio cappuccino fra Giuseppe Maria da Palermo. Sarebbe bello davvero, perché ci ha assicurato Ignazio d’Antiochia: “sarete giudicati dal vostro profumo”.

Ciao, Vittorio! Ora rimarrai eternamente giovane. Noi, oso parlare a nome di una moltitudine, nella speranza, custodiremo il tuo sorriso. Grazie per il dono della tua vita e della tua amicizia!  

Tuo  fra Giovanni Spagnolo ofmcap.             

Milano, dal convento dei cappuccini di Monforte, 27 febbraio 2022, in die septima.